Gli storici vini rossi toscani

Fieri e aristocratici, i vini rossi toscani sono una delle tante eccellenze regionali, del resto alzi la mano chi non è innamorato della Toscana.
Impresa impossibile, sfuggire al suo fascino antico. Gli anglosassoni ne sono vittime consenzienti da sempre, tanto da inventarsi una geografia immaginaria – il Chiantishire, la contea del cuore di personaggi come Tony Blair, Sting, Bryan Ferry e Richard Gere. Un grande scrittore d’Oltralpe, Albert Camus, avrebbe voluto, “alla fine dei [suoi] giorni”, ripercorrere “la strada da Monte San Savino a Siena, costeggiare quella campagna d’olive e d’uve”, vedere sorgere “Siena nel tramonto con i suoi minareti, come una Costantinopoli di perfezione”.

È il cuore etrusco d’Italia e di tanta parte della sua civiltà, dalla lingua all’arte e alla letteratura. La bellezza vi pervade ogni cosa, dalle più umili ai tesori degli Uffizi, dalla campagna che pare un quadro, ai tesori medicei. In questa cornice di armonia e eleganza, il patrimonio vinicolo non è da meno. Se di rossi potenti e longevi è ben provvista l’Italia intera, i fuoriclasse toscani si distinguono per uno charme particolare, morbido e setoso come le dolci colline del Chianti, gli ombrosi litorali di Bolgheri. Gli stessi profumi di pineta e di viola, di amarena e di mora che respira il vigneto, li assaporiamo nel bicchiere: mai austeri e scostanti, sempre accattivanti e carezzevoli.

È una viticoltura nobile, quella toscana; e non soltanto perché molta parte dell’aristocrazia locale – dagli Antinori ai Guicciardini Strozzi – vi si dedica da secoli. Anche in senso più ampio, grazie ai numerosi primati della regione, cui sono debitori persino i grand cru di Francia! Non molti sanno, infatti, che i primi vitigni d’Oltralpe furono importati dall’Etruria fra il 500 e il 400 a.C., via nave. Lo dimostrerebbe una ricerca scientifica internazionale pubblicata nel 2013 (chi ha voglia di approfondire, può consultare gli archivi della National Academy of Sciences of the United States of America).

Sempre in quel di Firenze, oltre tre secoli fa, nacquero le prime denominazioni al mondo: era il 1716, e il Granduca Cosimo III de’ Medici delimitava le zone di produzione di Chianti, Pomino, Carmignano e Valdarno.

Oggi, la Toscana conta ben 43 DOC, 6 IGT e 11 DOCG, che comprendono un formidabile trittico di grandi rossi d’Italia: Chianti Classico, Brunello di Montalcino e Vino Nobile di Montepulciano. Paradossalmente, tutti e tre (come il Carmignano DOCG nel pratese, il Montecucco DOCG tra Montalcino e la Maremma, e il Morellino di Scansano DOCG più a sudovest) provengono da uve Sangiovese – che di tutte le varietà d’Italia, è forse quella che maggiormente si trasforma con il mutare del terreno e dei microclimi, assumendo anche nomi diversi: Prugnolo Gentile a Montepulciano, Brunello a Montalcino, Morellino a Grosseto. Comunque lo si chiami, i terreni arenari gli conferiscono toni floreali, quelli calcarei sfumature di frutti di bosco, i tufacei, note che ricordano il tabacco. Una sola fragranza è d’obbligo, per il Sangiovese, tanto da comparire nel disciplinare delle rispettive DOCG: la viola mammola.

Le macroaree della mappa viticola

Se dovessimo suddividere la Toscana vinicola in macroaree, in estrema sintesi – data la complessità della mappa effettiva – potremmo distinguere due territori principali: le Colline della Toscana Centrale e la Costa Tirrenica.

La prima è il cuore storico della regione, quella di un bianco blasonato – la Vernaccia di San Gimignano (dalla varietà omonima), prima DOC italiana nel 1966, ora DOCG. La sua produzione risale al 1200, tanto che la troviamo nel Purgatorio di Dante. (Il suo bouquet intenso, floreale e fruttato, la fragranza di mela selvatica, la grande freschezza e le note ammandorlate finali, a dire il vero, tentano i Millennial come tentarono Papa Martino IV…) Altre varietà bianche diffuse sono il Trebbiano Toscano e la Malvasia, anche se i vini bianchi costituiscono soltanto il 15% della produzione regionale, e comprendono, in particolare, il celeberrimo Vin Santo, vino da uve passite che accompagna a meraviglia i cantucci toscani (provate quelli di Prato con il Vin Santo Guicciardini Strozzi, per esempio: li trovate nell’Experience Box Dolce Toscana) e moltissimi dessert. A dominare le Colline della Toscana Centrale, però, è appunto il vitigno autoctono principe della regione, un rosso che ci arriva, quasi certamente, proprio dagli Etruschi: il Sangiovese (alias Prugnolo, Prugnolo Gentile, Brunello, Morellino, Sanvicetro, Nerino, Sangioveto…), con le sue decine di varietà clonali e quasi altrettante declinazioni, dal Brunello di Montalcino al Vino Nobile di Montepulciano, dal Chianti Classico al Chianti e le sue sottozone (Colli Aretini, Colli Fiorentini, Colli Senesi, Colline Pisane, Montalbano, Montespertoli e Rufina); dal Carmignano al Morellino di Scansano, che però appartiene alla seconda macroarea, la Costa Tirrenica, più a sud. Precisamente, il Morellino di Scansano nasce in Maremma, vicino al mare, in vigneti collinari dal terreno acido e alcalino, ricco di sedimenti marini, che gli danno accenti ben distinti rispetto ai fratelli del nord.

La Costa Tirrenica è la zona vinicola toscana più nuova, anche perché molti dei terreni, un tempo, erano paludosi. Trendy e sorprendente, vi appartengono il celeberrimo Sassicaia e molti dei Super Tuscan che ne seguirono l’esempio (blend internazionali prima, poi anche Sangiovesi in purezza, ribelli alle tradizioni locali e alle restrizioni imposte dai disciplinari – per amore di qualità, sperimentazione e creatività). L’attuale DOC Bolgheri è partita come “vino da tavola” Sassicaia, Cabernet affinato in barrique. Oggi, il vino di Tenuta San Guido detiene una DOC tutta per sé, Bolgheri Sassicaia, mentre sono sorte diverse nuove realtà in quel di Castagneto Carducci, etichettate come Bolgheri DOC, sempre dai due Cabernet e/o da Merlot, Syrah, e un massimo di 50% Sangiovese.

I Super Tuscan

Quando si parla di grandi rossi toscani, in una come nell’altra macroarea, i Super Tuscan  sono in prima linea. Li ha chiamati così la stampa anglosassone (per primo, Nicholas Belfrage, Master of Wine e giornalista, negli anni Ottanta); inizialmente per indicare gli uvaggi alla Sassicaia, poi i Sangiovese in purezza, e infine gli uvaggi di Cabernet e Sangiovese. Riassumendo, dunque: blend ribelli o sostenitori di una purezza eversiva e toscanissima.

A quest’ultima categoria appartengono alcuni vini IGT che vogliono andare per la loro strada senza compromessi, puntando a dar voce a tutta la potenza della varietà autoctona; IGT con personalità, complessità e spessore degni delle migliori Garantite. Super Tuscan come lo splendido rosso racchiuso nell’Experience Box Cena Toscana, il Sòdole.

Sòdole, Guicciardini Strozzi

Non è un caso se la famiglia Guicciardini Strozzi ci mette la faccia – quella di un grande antenato, Francesco Guicciardini, che compare in etichetta. (Un’altra antenata celebre è Lisa Gherardini del Giocondo, nientedimeno che la celeberrima Gioconda di Leonardo.)

L’eccellenza di questo Super Tuscan nato nei pressi di San Gimignano esige un packaging di tutto rispetto: prodotto dal 1983, viene commercializzato esclusivamente nelle migliori annate, con le migliori selezioni di Sangiovese in purezza dal podere Sòdole, terreno collinare all’interno della Tenuta di Cusona, proprietà della famiglia dal 994. Al timone dell’azienda, il principe Girolamo Strozzi, affiancato dalle figlie, Natalia e Irina Guicciardini Strozzi.

Dopo la vendemmia manuale e la scelta rigorosa delle uve, queste vengono fermentate in barrique con una macerazione sulle bucce di 8-9 giorni, alla temperatura controllata di 28° C. Sempre in barrique, il vino viene successivamente affinato per 12 mesi, seguiti da 14 mesi di élevage in bottiglia prima della commercializzazione.

Il suo bel rosso rubino intenso, dalle lievi sfumature granato, preannuncia il toscanissimo bouquet di viola, spezie e frutti di bosco confermato al palato di grande corpo, dai tannini avvolgenti e pastosi, di grande finezza e eleganza unita a una struttura maestosa eppure seducente. Ideale servito a 18-20° C, in accompagnamento a primi piatti saporiti come i Fusilli di Pisa al ragù di Chianina, oppure a selvaggina e formaggi stagionati.

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Autore: Elena Zargani Piccardi